Caffè

Go Go Godzilla!


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La regione più a nord del sud

Luglio, vacanza in Sardegna, coi mori sulla bandiera. Agosto a ballare la pizzica in Puglia. Vedi Napoli poi muori, ma prima assaggia la ‘nduja.
Un fattore di Potenza, poi il Molise, che non esiste, e tutti giù a ridere, e fa caldo. Caldo.

E poi c’è l’Abruzzo, e non fa caldo un cazzo.
In fiore, certo, ma aprile non ti scoprire. Il cibo non si rifiuta, n’gul uagliò.
Gli abruzzesi come i butteri, ma senza il cavallo. Come i napoletani, ma senza la fama. Ca’ fun, che poi mettono la cinta e scappano, esuli.
Perché in Abruzzo non resta nessuno, ma tornano tutti. A prendere il caffè dalla commare, a vedere i focaracci il giorno del santo patrono, le feste d’estate col vinaccio cattivo e le rustell. Poi di nuovo a Roma, a sfacchinare, prima la laurea e poi Ma’, che torno a fa, loco il lavoro non c’è. Che la gente non c’ha niente da fare e chiacchiera, tutti che dicono di essere solo casa e chiesa, poi però li trovi sempre al bar.
E quando Roma t’ha stancato vai a Milano, ma non c’è il sole, a ‘sto punto scappi a Londra, che piove sempre, eh, ma almeno impari la lingua. Però fai trent’anni e non te ne te’ più di stare a fare il cameriere e, frechete, che tempo di merda!, allora torni a casa, e la commare mentre ti offre un caffè ti racconta che la figlia s’è sposata alla chiesa su a Borgorose, ma come non la conosci? Vabbe’, ma ormai tu ti si fatto straniero. Neanche la chiami più. Mariuccia s’è morta, Attilio s’è ammazzato, ma tu che ne sai, qua si tira a campa’.
Tu però si brav, l’ho sempre detto. Sei istruito. Qua chi vuoi che resti? Ce restem solo nu.

Sei un apolide, tesoro di zia.
Ma vieni a farti un bicchiere ogni tanto, mangiati un pasticcino. Queste so le nocchie che Anna è andata a colle ieri. Senti quanto so bon.
Quando torni a Roma?

Domani, zì. E te ne vai con la coda tra le gambe. Senza più patria, senza più nocchie e pasticcini, il pane che si indurisce subito e il collega trasteverino che si stupisce, ma perché, sei abruzzese? Nun se sente pe gnente.
Sì, sono abruzzese. Si sta bene lì, c’è tanto verde; il Parco, le montagne, si mangia bene. Le statistiche sono buone, per essere una regione del sud.
No, Claudio, ti dico che è sud, non centro-sud.
Sì, non se ne sente parlare mai, e fa fridd, ci sono le montagne. Ma è sud. La regione più a nord del sud. E siccome tutto il mondo è paese, quelli del nord se ne vanno. In Svizzera, in Austria, in Germania.

E sì, vabbe’, ride lui, mo Roma è la Svizzera.
Roma è oltreconfine, gli rispondi tu.
Roma, Milano, la Svizzera. Tutto è oltreconfine.


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Itaca

C’era una volta una casa in mezzo al bosco.
Sul parquet lucido si specchiava un grosso cane nero, mentre il vento bussava piano sulle finestre.

“Chi è?” chiese il cane.
“Un ricordo” rispose il vento.

Giocarono a rincorrersi fino a sera.


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Ricostruire

Ef scriveva per farsi male.

Aveva paura dell’inchiostro, dei fogli bianchi, del picchiettare della tastiera; era terrorizzata dalla noia e dalla mediocrità, viveva in uno stato di perenne insicurezza.

Certo, sorrideva, certo, scriveva, ma ogni parola sembrava una vespa pronta a pungerla – Ah, sulla gola! Ah, sulle dita. Ogni frase era una tortura urticante e alla fine del foglio la carta era sempre sporca del sangue raccolto sotto le unghie dal troppo grattare.

Migliorerò, si diceva, imparerò. Eppure più tempo passava, più la situazione precipitava: se all’inizio scrivere era stato liberatorio e rileggersi un piacere, col passare degli anni scrivere era diventata l’occasione per piangere, rileggersi quella per deprimersi.

“Cosa sarà, cosa sarà” mormorava allora, ripercorrendo i pensieri a ritroso, fino ad incastrarsi in qualche ricordo poco nitido di quando impugnare una penna era una necessità dell’anima e non un gratuito dissanguamento della propria autostima.

“Ti ha lasciata. Mollata. Scaricata.” sussurrò allora un mostriciattolo nero vicino al suo orecchio destro.

“Chi? Chi?” chiese lei, ansimante.

“La scrittura, la voglia, il dolore. Ti hanno lasciato tutti.”

“Eppure,” soffiò via lei “eppure. La necessità no.”


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Nell’eventualità che faccia male

Ascolta, non preoccuparti.

Nell’eventualità che faccia male, ho già pensato a soluzioni più facili alle quali aggrapparsi quando ti ritroverai col culo per terra. Ho pianificato tutto, una vita tranquilla, uno stipendio del quale lamentarsi e anche un paio di buone scuse.

Non preoccuparti, sarai circondata da persone gentili, ti diranno che sei simpatica, divertente, addirittura, quando non sei nel pieno della sindrome premestruale.

Nell’eventualità che faccia molto male, ho escogitato un paio di soluzioni più drastiche, ma nulla di insormontabile. Davvero.

Ti comprerò un computer con uno schermo decente, ti comprerò quaderni e tutto il materiale di cancelleria che vorrai. Farò una lunga lista della gente da odiare e preparerò cibo buonissimo, per affondare ogni loro difetto in un gusto diverso.

Nell’eventualità che non faccia nulla, che tutto ciò non ti sfiori nemmeno, beh, in quel caso non saprei cosa fare. Probabilmente non farò nulla ed il nulla ti basterà.

Ti basterà la pioggia che fa rumore sulle finestre, la luna che sorge sembrando un po’ più grande del solito e ti basteranno – te li farai bastare – i suoni della tua città.

Nell’eventualità che tu sia contenta,

allora,

allora…


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Ricordi

E nel momento in cui ti si frattura il cuore, finalmente ti accorgi che c’è.
Ancora.

Incastrato nel petto ho il ricordo netto di qualcosa che non esiste, che non è. Che non è mai stato. Talvolta mi perdo nel non fare e smetto di esserci. Di essere.

Vedi,
non sono mai stata brava a spiegare i mostri che vedo quando cammino la mattina, né quelli che vorrei mi si aggrappassero ai capelli la sera, ma li ho sempre ascoltati con attenzione; eppure più passa il tempo più mi manca tutto, anche la nostalgia.
Se potessi scriverne per ricordarla, ne scriverei in continuazione, ma ormai tutto pesa, tutto lentamente scorre senza che nulla si aggiunga. La mia anima sembra aver raggiunto il suo limite, come per la fisica nella materia, tutto cambia, nulla si distrugge.

Però nulla cambia abbastanza.

E allora cerco di riorganizzare le idee, di scriverle prima che il loro respiro tiepido mi sfugga via dalle dita e mi ripeto che incastrato nel petto ho un ricordo, anche se è di qualcosa che non esiste, che non è.

E allora, forse, sono.